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Il sogno possibile

mercoledì 3 giugno 2009
Dopo essere tornato dalla mia esperienza di servizio Civile in Zambia sono state molte le occasioni di confronto e di scambio di idee con svariate persone e in diversi contesti.
Settimana scorsa ho avuto la fortuna di essere invitato dalla mia Professoressa di religione delle superiori a tenere una testimonianza sul Servizio Civile.
Ciò che mi ha subito entusiasmato è stato il fatto di poter tornare proprio nella scuola che io stesso ho frequentato qualche anno fa. Si tratta dell'Istituto Tecnico Industriale Guglielmo Marconi di Padova, dove ho conseguito il diploma di Perito Termotecnico.
Si trattava di parlare del Servizio Civile ai ragazzi di quinta, portando la mia esperienza, le dinamiche, il contenuto dell'incontro era tutto da inventare.
Mi sono trovato così ad attingere dalle mie esperienze precedenti per trovare un modo di essere compreso e di far passare il messaggio che avevo in testa a questi ragazzi che pensavo non molto interessati.
Immaginatevi classi di 20 giovanotti, durante l'ora di religione (che a volte viene presa un po' sottogamba), in pieno periodo pre esami e immersi nelle ultime interrogazioni di fine anno. Aggiungiamoci poi che molti di loro, pensando anche alla mia storia scolastica, sono proiettati verso il mondo del lavoro, tutto ciò mi faceva pensare che una tematica come il Servizio Civile non fosse certo in cima ai loro interessi.
Così, anche in collaborazione con l'insegnante, ho pensato di partire da una cosa che sicuramente li coinvolgesse: i loro sogni.
Lo schema dei 50 minuti che avevo a disposizione per ogni classe era così distribuito:
  • Proiezione de “Il crocevia”, breve cortometraggio girato e montato insieme al mio amico Cristian Cesaro, dove raccontiamo con immagini e parole la vita di molte persone, ragazzi e bambini inclusi, all'interno di una discarica zambiana.
    Si sa, le immagini funzionano molto bene, soprattutto quando c'è da rompere il ghiaccio e creare un'atmosfera senza usare troppe parole.
  • Mi presento in poche parole, racconto la mia esperienza del Servizio Civile, e del percorso che mi ha portato a tale scelta, passando anche per il mio percorso scolastico. È stato importante per me con i ragazzi sottolineare questa mia affinità con loro, almeno dal punto di vista del corso di studi, per avvicinarmi a loro, per creare un po' di confidenza e non apparire come una sorta di “super eroe” o di “rivoluzionario”.Nel parlare del Servizio Civile, ho raccontato in termini il meno pesanti possibili in breve il cammino con cui si è arrivati a tale istituzione, richiamando termini quali l'obbligo di leva, l'obiezione di coscienza, ed infine il SCN.
  • Invito i ragazzi a presentarsi, chiedendo ad ognuno di condividere con gli altri un proprio sogno, un'aspettativa per il proprio futuro.
  • Poi con l'aiuto della lavagna abbiamo iniziato una chiacchierata proprio a partire dai loro sogni messi a confronto con i sogni dei ragazzi zambiani, magari proprio quelli che avevamo visto nel documentario, o quelli ospitati al progetto Cicetekelo, dove ho svolto servizio.
Per permettere e provocare questo confronto, ho raccontato di una sera delle tante passate con i ragazzi zambiani a chiacchierare insieme. Quella sera eravamo radunati nella “sala giochi” del Progetto. In sottofondo la tv sintonizzata in uno dei tanti canali sportivi satellitari ronzava qualcosa in inglese. In quella serata che non dimenticherò mai chiesi loro quali sogni avessero per il futuro, i desideri per la loro vita. Uno mi rispose “Io vorrei fare il calciatore, per avere i soldi, giocare all'estero, girare il mondo e essere circondato da belle donne”. Un altro “Io invece vorrei diventare pilota d'aereo per girare e vedere il mondo, per scappare da questo paese”. Un altro ancora”Io vorrei fare i soldi, non so come, ma vorrei diventare ricco per non avere più il pensiero di cosa mangiare, di come poter sfamare la mia futura famiglia etc”.
In quel momento mi prese lo sconforto. Ma come era possibile che avessero sogni così “banali”. Sembravano gli stessi sogni di ragazzi del nord del mondo senza molti ideali e senza molte pretese.
Mi scaldai un po' e dissi loro “Ma come? Ma nessuno di voi sogna di rendere migliore il vostro paese, magari scendendo in politica, oppure studiando all'università per e mettere a disposizione la propria vita per le moltissime cause di ingiustizia che dilaniano il vostro paese? Nessuno vuole qualcosa di più? Qualcosa di meglio?”.
Con il mio piccolo inglese ho detto ciò che mi sembrava ovvio in quel momento.
I ragazzi con molta semplicità mi risposero “Tu parli bene. Ma è troppo facile parlare così quando sei bianco, hai un biglietto aereo di ritorno per il tuo bello e ricco paese, un po' di soldi a disposizione, una famiglia che ti vuole bene e che ti sta aspettando e che farà sempre di tutto per proteggerti. Troppo facile parlare di sogni grandi caro amico”.
In quel momento mi si raggelò il sangue. Non sapevo più cosa dire. Le loro poche parole mi avevano fatto sentire piccolo, inutile quasi. La mia ingenua superbia era stata cancellata in un attimo. Tutte le cose che avrei voluto dire avevano perso senso.
La serata si concluse così, con quella lezione che quei ragazzi mi avevano donato e che non potrò mai dimenticare.
È proprio vero, le possibilità che noi abbiamo nella vita sono tantissime, le loro “un po meno”.
Da questo spunto sulle possibilità che noi abbiamo si è sviluppata la condivisione con i ragazzi, durante l'ultima tappa dell'oretta a disposizione. Quali sono le nostre possibilità? E quali sono quelle dei ragazzi zambiani?
Dopo la maturità ognuno di loro può scegliere una moltitudine di cose. L'università e i suoi innumerevoli corsi, il lavoro, anzi molti tipi di lavoro, si può scegliere di partire e fare i vagabondi, di partecipare ad un concorso per entrare nell'Esercito, si può buttarsi in politica, si possono fare i mantenuti...e si può di aderire al Servizio Civile. I ragazzi con cui parlavo quella sera al progetto invece potevano unicamente scegliere se continuare a frequentare i programmi proposti, oppure ritornare a vivere nella strada.
Dalla discussione è emerso che la distanza che ci separa dai ragazzi zambiani è fatta si di povertà, mancanza di educazione, e altri fattori, ma è data soprattutto dalla differenza fra le nostre possibilità e le loro. Spesso non ci rendiamo nemmeno conto di quanto possiamo fare se solo mettessimo a frutto le nostre capacità e le condividessimo.
La lavagna fra vari scarabocchi, alla fine dell'incontro ha preso una forma nuova. Si è arrivati a capire che in quella distanza che ci separa ci siamo proprio noi, con le nostre scelte, con i nostri sogni. E i sogni di molti ragazzi nel mondo potrebbero dipendere anche da come metteremo in atto le nostre opportunità.
Ecco che finalmente si arriva al Servizio Civile come vera e propria opportunità per fare questo.
Una scelta che, come dice lo slogan, ti cambia la vita, la tua e quella degli altri.
Nelle otto classi quinte che ho incontrato ci sono state discussioni diverse, ed ognuna ha portato a riflessioni diverse. Si è arrivati a parlare di razzismo, di diversità, di respingimenti, di mondo del lavoro, di crisi etc. Insomma un sacco di spunti che avrebbero meritato sicuramente più tempo.
Ciò che mi ha colpito in tutte le situazioni è stata la voglia di mettersi in gioco dei ragazzi.
Questo è stato anche il frutto di alcuni importanti fattori. Fra questi la disposizione dell'aula: niente banchi ma un grande cerchio di sedie per eliminare i limiti della lezione frontale. Il linguaggio usato, mai troppo difficile o ricercato, anzi molto vicino a quello delle situazioni informali quotidiane. Lo stesso percorso di studi, come accennavo prima, ha facilitato di molto il dialogo. Ma soprattutto penso l'averli spiazzati chiedendo loro un sogno da condividere con i compagni di classe, persone di certo conosciute, ma molto spesso solo superficialmente.
Questo mix di piccoli e semplici fattori ha portato secondo me ad una buona riuscita degli incontri. Molti ragazzi mi hanno fermato a fine lezione, chiedendomi ulteriori informazioni sulla mia esperienza sia in Servizio Civile sia scolastica (vedi dritte per l'esame di maturità...vista l'incombenza di tale impegno).
Da una cosa pensata in un modo e man mano sviluppata e adattata in altre forme è nata questa piacevole esperienza, almeno per me, che spero possa essere ripetuta anche l'anno prossimo.
Il confronto per me è parte fondamentale del mio diventare educatore. Anche questa occasione è stata un tassello di questo sogno possibile che man mano sto provando a portare avanti.
E spero davvero che tutti i sogni che i ragazzi hanno condiviso con me possano diventare realtà, e che qualcuno trovi davvero nel Servizio Civile lo spunto per scoprire il suo sogno possibile, che possa essere messo a servizio anche di chi nasce con un destino segnato, aiutandoli a realizzare i propri sogni altrimenti impossibili.

Educare alla speranza

giovedì 30 aprile 2009
Educare alla speranza. Non so se esiste una vera e propria branchia dell'educazione che si chiama così, ma sento che questa espressione può essere un buon punto di partenza per raccontare la mia esperienza di Servizio Civile Internazionale.
Nel 2007 ho partecipato al “Progetto Caschi Bianchi – Corpo civile di Pace” e grazie all'Associazione Papa Giovanni XXIII ho vissuto nove mesi della mia vita al “Cicetekelo Youth Project” di Ndola, in Zambia.
Questa avventura è nata dalla voglia di prendere il mano il copione della mia vita, come scrivevo nel post precedente, e grazie ad una serie di circostanze sono arrivato fino a quelle terre lontane.
A dire il vero non è stato facile prendere questa decisione. Pensavo che superato lo scoglio delle selezioni tutto sarebbe stato semplice. Invece lasciare il lavoro per sempre, allontanarmi per un po' dagli affetti, dalla famiglia, dai luoghi a me cari, tutto ciò si rivelò come un ulteriore ostacolo.
Ma troppa era la voglia di mettermi in gioco e troppo il privilegio di poter vivere un'esperienza del genere.
Il Progetto Caschi Bianchi è parte integrante del Servizio Civile Nazionale, il quale nasce dall'eredità lasciata dagli obiettori di coscienza, e dall'evoluzione successiva delle leggi in materia. Si tratta di un periodo che i giovani dai 18 ai 28 anni possono “spendere” in settori prevalentemente del sociale, in varie associazioni sparse nel territorio italiano ma non solo.
Dopo i primi due mesi iniziali di formazione, uno degli aspetti fondamentali della mia “missione” da Casco Bianco, sono partito alla volta dello Zambia.
Lì ad accogliermi ho trovato i 250 ragazzi del Progetto Cicetekelo. Questa grande struttura è nata più di 10 anni fa dall'idea di Stefano Maradini, missionario dell'Associazione Papa Giovanni XXIII.
Dopo aver visto la condizione dei ragazzi costretti a vivere nelle discariche della città o per le strade del centro decise, insieme a padre Umberto Davoli e Patrick Mulenga, di trovare una soluzione.
Cicetekelo, che in Bemba (una delle lingue zambiane) vuol dire SPERANZA, è stato il filo conduttore, la base da dove è partito tutto.
Ora il progetto è diviso in due fasi. La prima, situata nel compound di Nkwai, accoglie i ragazzi dai 9 anni fino ai 16 anni;in seguito passano alla seconda fase, dove proseguono la loro formazione scolastica e professionale.
Al termine del percorso educativo alcuni dei giovani vengono impiegati direttamente nelle varie attività produttive del progetto. Tra queste l falegnameria, l'allevamento suini, l'orto, l'agricoltura, la scultura della pietra saponaia.
Ogni giorno un turbinio di attività cominciava fin dal primo mattino. Le mie giornate le ho passate principalmente con i ragazzi della fase 1, i “miei teppisti”. Alcuni di loro frequentavano la Community School all'interno del progetto, altri invece studiavano presso le varie scuole governative della zona.
Il mio “lavoro” era quello di organizzare il tempo libero, in equipe con Caterina, mia collega Casco Bianco, il coach del progetto, e gli operatori che tutti i giorni avevano cura dei ragazzi.
Nulla di speciale o di particolarmente complicato a prima vista, ma gestire tutte quelle forze messe insieme non era invece facile.
Nonostante tutto ogni giorno si riusciva ad inventare qualcosa. Lavori con il cartoncino, pomeriggi creativi con tempere e pennarelli, tornei di tutti i tipi, addirittura le olimpiadi durante i periodi di vacanza, con tanto di squadre e premiazioni. Non sono mancate poi attività più “serie” come la biblioteca, la scrittura, fino ad arrivare alla produzione di un vero e proprio giornalino (puoi leggerlo quì) creato interamente dai ragazzi più grandi!!
E quando si poteva (i ragazzi lo avrebbero voluto tutto il giorno) ore e ore di calcio sotto il sole cocente...e naturalmente scalzi.
A quasi due anni di distanza mi chiedo che cosa mi sia rimasto di quella esperienza, e che cosa sia rimasto di me laggiù. Di sicuro ho imparato l'importanza di ascoltare e non giudicare, di sforarsi sempre e comunque di apprezzare le diversità, anche se molto spesso non le tolleriamo.
Come non parlare poi della speranza. È proprio vero che si riesce ad essere contagiosi alle volte, ma non solo con le malattie.
Quei bambini, quei ragazzi mi hanno contagiato la voglia di vivere, nonostante tutto. Sono stati i miei educatori, magari non avranno molte carte deontologiche come riferimento, ma le norme etiche me le hanno insegnate nella quotidianità. Nello stare assieme a tavola davanti alla stessa polenta, nel camminare insieme su strade polverose, nel ridere delle mie unghie rotte nelle prime partite di “calcio zambiani”, nel condividere piccoli pezzi di quotidianità.
Un progetto nato per dare speranza. Se dovessi fare una verifica, come si usa sempre fare quando c'è un progetto, direi che gli obiettivi sono stati centrati in pieno, e forse anche superati.
Quella speranza che i ragazzi ricevono, grazie ad una nuova e più dignitosa condizione di vita, esce da quella realtà così lontana. È arrivata fino a me e a tanti ragazzi che hanno avuto il privilegio di vivere un'esperienza come la mia...ed è arrivata fino a questo blog.
E allora l'educazione alla speranza potrebbe essere proprio questo: un impegno che parte da qualche parte nel mondo, ma che si propaga senza confini e che ci rende responsabili l'uno con l'altro.
Una nuova disciplina di cui tutti noi siamo responsabili in cui ci impegniamo a “nutrire” di speranza chi ne è affamato, soprattutto tramite gesti concreti, e allo stesso tempo ci lasciamo nutrire.
E Cicetekelo Youth Project, con l'impegno di tutti coloro che ci lavorano, è un piccolo esempio di educazione alla speranza.
E voi siete pronti a educare (e farvi educare) alla speranza?

Attori e Spettatori

mercoledì 29 aprile 2009
Parlare di educazione può risultare facile, anzi, forse lo è.
Tutti in quanto persone recitiamo la nostra parte in questo teatrino del mondo e tutti, chi più chi meno, diventiamo protagonisti di rapporti, relazioni, che incidono anche in maniera significativa negli altri.
A volte preferiamo invece rimanere spettatori, osservare gli eventi che passano, farci trascinare dal mondo che scorre. Come stanche comparse ci lasciamo trasportare dal flusso della vita, ritagliandoci al massimo qualche piccola battuta per giustificare almeno la nostra presenza in questo set dell'esistenza.
Attori e spettatori che si incrociano, tutti in affannosa ricerca del proprio camerino, del proprio palco, e se capita del momento di gloria e magari del tanto atteso applauso.
Da buon attore di questa meravigliosa rappresentazione, chiamata anche vita, anch'io nel tempo ho recitato la mia parte, e ne ho incontrate di persone che mi hanno cambiato la vita aiutandomi a scrivere il mio copione.
E questi incontri sono stati una sorta di educazione alla vita, un punto da cui cominciare ad interrogarmi su me stesso e sulle scelte da fare.
E fra queste come non ricordare l'esperienza che ho vissuto in Zambia nel 2007 ne progetto Caschi Bianchi, nell'ambito del Servizio Civile.
Nove mesi vissuti al Progetto Cicetekelo che accoglie più di 200 ragazzi di strada e con problemi gravi alle spalle. Una realtà che mi ha mostrato le potenzialità dell'educazione anche nei paesi “poveri”.
A questo progetto, a quei ragazzi, ai loro sogni vorrei dedicare il prossimo post.
Intanto continuiamo a riscoprirci attori delle nostre vite, e che ognuno nel suo piccolo ruolo non si riduca mai a semplice spettatore o comparsa. Anzi, proviamo insieme a scrivere in nostri copioni, soprattutto chi ha scelto di vivere la vita da educatore!