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"Sono un Educatore Professionale" - "Interessante:...e che lavoro fai?"

venerdì 19 giugno 2009
Preparando l'esame di Deontologia Professionale, sono capitato nel sito dell'ANEP, l'Associazione Nazionale Educatori Professionali, per visionare il Codice Deontologico.
Mi ha subito incuriosito una vignetta che appare in una delle schermate del sito. Uno fa all'altro “Sono un Educatore Professionale”, e l'altro risponde “Interessante:e che lavoro fai?”.
In una piccola vignetta umoristica molte verità della professione che andremo a fare.
Come affiorava dai commenti ad un post precedente, il riconoscimento della professione dell'Educatore è ancora alla fase embrionale. Capita spesso che mi chiedano cosa stia studiando, e che tipo di figura professionale sia l'Educatore. Se questo può essere tollerabile in discussioni con i non addetti ai lavori, diventa meno accettabile quando si ha a che fare con figure che lavorano magari in contesti sanitari, educativi, o comunque nel sociale.
La mancanza di riconoscimento porta anche ad una sorta di avvilimento in chi sceglie di intraprendere questa bellissima professione. Se da una parte non si è riconosciuti, dall'altra anche le gratificazioni economiche sono poche; questo forse è legato all'incapacità di far valere la preziosissima opera che l'Educatore presta in molti contesti.
Come porre rimedio a questa situazione? Sicuramente insistendo sul continuo aggiornamento e perfezionamento del Codice Deontologico, vera e propria Carta d'Identità della Professione. Tramite questo documento chiunque potrà conoscere chi è un educatore, come avviene per molte altre professioni, anche sanitarie.
Un altro sforzo va fatto dagli educatori stessi, e dagli studenti, per portare nelle sedi istituzionali la loro voce, magari con la creazione di vero e proprio albo, che darebbe finalmente una delineazione più precisa di ciò che finora risulta confuso in una miriade di figure più o meno professionali.
Nella quotidianità inoltre è necessario che ognuno si impegni, anche negli ambienti informali, a diffondere e ad educare la “persona comune”, mettendo al corrente dell'esistenza dell'educatore professionale, cercando di trasmetterne le potenzialità e le molte utilità.
E' una battaglia che va fatta insieme, anche “sfidando” le istituzioni, che molte volte si dimostrano sorde a questi temi, schiacciate da problemi di carattere economico e da opportunità di vario tipo.
Ci vorrà del tempo, ma soprattutto ci vorrà la voglia di farlo e di mettersi in prima linea. Se ciò non avverrà significa che nemmeno noi crediamo veramente in noi stessi e nella figura dell'Educatore Professionale, e ci troveremo ancora a sorridere amaramente di vignette come quella che ho trovato nel sito dell'ANEP.

La paga dell'educatore

martedì 9 giugno 2009
Qualche giorno fa ho avuto l'occasione di incontrare Enrico, un carissimo amico, che lavora come Operatore Socio Sanitario presso un CEOD in provincia di Verona. Mi sono trovato spesso a condividere con lui varie esperienze, e tuttora mi piace conoscere la sua attività lavorativa, anche in vista della mia probabile futura professione di educatore.
Si è parlato anche dell'aspetto economico, argomento che come sempre interessa, appassiona e a volte affanna tutte le categorie di lavoratori.
Come è noto nel sociale le paghe non sono così lussuose questo mi è stato confermato anche da lui, nella sua esperienza lavorativa pratica. Spesso colleghi si sono lamentati per salari ritenuti inferiori rispetto all'impegno profuso e al carico di lavoro.
Io di solito tengo in ogni cosa per ultimo l'aspetto economico in tutte le cose che faccio, ma come ogni essere che si trova a vivere in questo sistema economico, mi pongo anche questioni di questo tipo, visto che non riesco ancora a vivere senza denaro!!
Enrico però mi ha spiazzato con un'affermazione semplice, ma allo stesso tempo piena di significato. “La paga dell'educatore, come la mia, è già di per se lavorare in quel contesto. Il rapporto con i “miei ragazzi” costituisce una buona parte della mia paga.”
Questa sua affermazione mi ha fatto riflettere parecchio. E' davvero questa la verità? Oppure è un goffo tentativo di giustificare il proprio lavoro, a volte così duro, e molto spesso sottovalutato e sottopagato?
Poi, scavando nella mia quotidianità, ho scoperto quanto sia vero ciò che mi era stato detto, pur nelle mie limitate esperienze da educatore.
E' arrivata l'estate ed anche quest'anno nel mio Comune (Casalserugo), è tempo di Centri Estivi.
L'anno scorso ho avuto la fortuna di essere uno degli animatori, incaricati dall'Amministrazione di organizzare le attività educativo-ricreative per tutto il mese di Luglio.
Un'esperienza sicuramente faticosa, ma altrettanto arricchente e coinvolgente, sia per noi animatori, sia per i bambini e le loro famiglie.
Quest'anno non farò parte del team organizzativo, ma sono molti i genitori che in queste settimane mi hanno fermato per le strade del paese, chiedendomi se sarei stato ancora fra gli animatori.
Questo piccolo segno per me è un grande dono. Significa che tutta la fatica fatta a seminare qualcosa anche piccolo, insignificante, ha prodotto invece qualcosa. La fiducia instaurata con i genitori, i risultati delle attività proposte, l'entusiasmo dei bambini ancora vivo a distanza di un anno.
Anche questa è la paga dell'educatore. Una paga non fatta di soldi, ma di piccoli gesti, di riconoscimenti, di relazioni create, di fiducia...in fondo ciò che veramente da forza e motivazione all'agire educativo, forse più di premi economici o gratificazioni. Una piccola lezione, che dovrò tenere bene in mente anche nel mio futuro percorso lavorativo.

Il sogno possibile

mercoledì 3 giugno 2009
Dopo essere tornato dalla mia esperienza di servizio Civile in Zambia sono state molte le occasioni di confronto e di scambio di idee con svariate persone e in diversi contesti.
Settimana scorsa ho avuto la fortuna di essere invitato dalla mia Professoressa di religione delle superiori a tenere una testimonianza sul Servizio Civile.
Ciò che mi ha subito entusiasmato è stato il fatto di poter tornare proprio nella scuola che io stesso ho frequentato qualche anno fa. Si tratta dell'Istituto Tecnico Industriale Guglielmo Marconi di Padova, dove ho conseguito il diploma di Perito Termotecnico.
Si trattava di parlare del Servizio Civile ai ragazzi di quinta, portando la mia esperienza, le dinamiche, il contenuto dell'incontro era tutto da inventare.
Mi sono trovato così ad attingere dalle mie esperienze precedenti per trovare un modo di essere compreso e di far passare il messaggio che avevo in testa a questi ragazzi che pensavo non molto interessati.
Immaginatevi classi di 20 giovanotti, durante l'ora di religione (che a volte viene presa un po' sottogamba), in pieno periodo pre esami e immersi nelle ultime interrogazioni di fine anno. Aggiungiamoci poi che molti di loro, pensando anche alla mia storia scolastica, sono proiettati verso il mondo del lavoro, tutto ciò mi faceva pensare che una tematica come il Servizio Civile non fosse certo in cima ai loro interessi.
Così, anche in collaborazione con l'insegnante, ho pensato di partire da una cosa che sicuramente li coinvolgesse: i loro sogni.
Lo schema dei 50 minuti che avevo a disposizione per ogni classe era così distribuito:
  • Proiezione de “Il crocevia”, breve cortometraggio girato e montato insieme al mio amico Cristian Cesaro, dove raccontiamo con immagini e parole la vita di molte persone, ragazzi e bambini inclusi, all'interno di una discarica zambiana.
    Si sa, le immagini funzionano molto bene, soprattutto quando c'è da rompere il ghiaccio e creare un'atmosfera senza usare troppe parole.
  • Mi presento in poche parole, racconto la mia esperienza del Servizio Civile, e del percorso che mi ha portato a tale scelta, passando anche per il mio percorso scolastico. È stato importante per me con i ragazzi sottolineare questa mia affinità con loro, almeno dal punto di vista del corso di studi, per avvicinarmi a loro, per creare un po' di confidenza e non apparire come una sorta di “super eroe” o di “rivoluzionario”.Nel parlare del Servizio Civile, ho raccontato in termini il meno pesanti possibili in breve il cammino con cui si è arrivati a tale istituzione, richiamando termini quali l'obbligo di leva, l'obiezione di coscienza, ed infine il SCN.
  • Invito i ragazzi a presentarsi, chiedendo ad ognuno di condividere con gli altri un proprio sogno, un'aspettativa per il proprio futuro.
  • Poi con l'aiuto della lavagna abbiamo iniziato una chiacchierata proprio a partire dai loro sogni messi a confronto con i sogni dei ragazzi zambiani, magari proprio quelli che avevamo visto nel documentario, o quelli ospitati al progetto Cicetekelo, dove ho svolto servizio.
Per permettere e provocare questo confronto, ho raccontato di una sera delle tante passate con i ragazzi zambiani a chiacchierare insieme. Quella sera eravamo radunati nella “sala giochi” del Progetto. In sottofondo la tv sintonizzata in uno dei tanti canali sportivi satellitari ronzava qualcosa in inglese. In quella serata che non dimenticherò mai chiesi loro quali sogni avessero per il futuro, i desideri per la loro vita. Uno mi rispose “Io vorrei fare il calciatore, per avere i soldi, giocare all'estero, girare il mondo e essere circondato da belle donne”. Un altro “Io invece vorrei diventare pilota d'aereo per girare e vedere il mondo, per scappare da questo paese”. Un altro ancora”Io vorrei fare i soldi, non so come, ma vorrei diventare ricco per non avere più il pensiero di cosa mangiare, di come poter sfamare la mia futura famiglia etc”.
In quel momento mi prese lo sconforto. Ma come era possibile che avessero sogni così “banali”. Sembravano gli stessi sogni di ragazzi del nord del mondo senza molti ideali e senza molte pretese.
Mi scaldai un po' e dissi loro “Ma come? Ma nessuno di voi sogna di rendere migliore il vostro paese, magari scendendo in politica, oppure studiando all'università per e mettere a disposizione la propria vita per le moltissime cause di ingiustizia che dilaniano il vostro paese? Nessuno vuole qualcosa di più? Qualcosa di meglio?”.
Con il mio piccolo inglese ho detto ciò che mi sembrava ovvio in quel momento.
I ragazzi con molta semplicità mi risposero “Tu parli bene. Ma è troppo facile parlare così quando sei bianco, hai un biglietto aereo di ritorno per il tuo bello e ricco paese, un po' di soldi a disposizione, una famiglia che ti vuole bene e che ti sta aspettando e che farà sempre di tutto per proteggerti. Troppo facile parlare di sogni grandi caro amico”.
In quel momento mi si raggelò il sangue. Non sapevo più cosa dire. Le loro poche parole mi avevano fatto sentire piccolo, inutile quasi. La mia ingenua superbia era stata cancellata in un attimo. Tutte le cose che avrei voluto dire avevano perso senso.
La serata si concluse così, con quella lezione che quei ragazzi mi avevano donato e che non potrò mai dimenticare.
È proprio vero, le possibilità che noi abbiamo nella vita sono tantissime, le loro “un po meno”.
Da questo spunto sulle possibilità che noi abbiamo si è sviluppata la condivisione con i ragazzi, durante l'ultima tappa dell'oretta a disposizione. Quali sono le nostre possibilità? E quali sono quelle dei ragazzi zambiani?
Dopo la maturità ognuno di loro può scegliere una moltitudine di cose. L'università e i suoi innumerevoli corsi, il lavoro, anzi molti tipi di lavoro, si può scegliere di partire e fare i vagabondi, di partecipare ad un concorso per entrare nell'Esercito, si può buttarsi in politica, si possono fare i mantenuti...e si può di aderire al Servizio Civile. I ragazzi con cui parlavo quella sera al progetto invece potevano unicamente scegliere se continuare a frequentare i programmi proposti, oppure ritornare a vivere nella strada.
Dalla discussione è emerso che la distanza che ci separa dai ragazzi zambiani è fatta si di povertà, mancanza di educazione, e altri fattori, ma è data soprattutto dalla differenza fra le nostre possibilità e le loro. Spesso non ci rendiamo nemmeno conto di quanto possiamo fare se solo mettessimo a frutto le nostre capacità e le condividessimo.
La lavagna fra vari scarabocchi, alla fine dell'incontro ha preso una forma nuova. Si è arrivati a capire che in quella distanza che ci separa ci siamo proprio noi, con le nostre scelte, con i nostri sogni. E i sogni di molti ragazzi nel mondo potrebbero dipendere anche da come metteremo in atto le nostre opportunità.
Ecco che finalmente si arriva al Servizio Civile come vera e propria opportunità per fare questo.
Una scelta che, come dice lo slogan, ti cambia la vita, la tua e quella degli altri.
Nelle otto classi quinte che ho incontrato ci sono state discussioni diverse, ed ognuna ha portato a riflessioni diverse. Si è arrivati a parlare di razzismo, di diversità, di respingimenti, di mondo del lavoro, di crisi etc. Insomma un sacco di spunti che avrebbero meritato sicuramente più tempo.
Ciò che mi ha colpito in tutte le situazioni è stata la voglia di mettersi in gioco dei ragazzi.
Questo è stato anche il frutto di alcuni importanti fattori. Fra questi la disposizione dell'aula: niente banchi ma un grande cerchio di sedie per eliminare i limiti della lezione frontale. Il linguaggio usato, mai troppo difficile o ricercato, anzi molto vicino a quello delle situazioni informali quotidiane. Lo stesso percorso di studi, come accennavo prima, ha facilitato di molto il dialogo. Ma soprattutto penso l'averli spiazzati chiedendo loro un sogno da condividere con i compagni di classe, persone di certo conosciute, ma molto spesso solo superficialmente.
Questo mix di piccoli e semplici fattori ha portato secondo me ad una buona riuscita degli incontri. Molti ragazzi mi hanno fermato a fine lezione, chiedendomi ulteriori informazioni sulla mia esperienza sia in Servizio Civile sia scolastica (vedi dritte per l'esame di maturità...vista l'incombenza di tale impegno).
Da una cosa pensata in un modo e man mano sviluppata e adattata in altre forme è nata questa piacevole esperienza, almeno per me, che spero possa essere ripetuta anche l'anno prossimo.
Il confronto per me è parte fondamentale del mio diventare educatore. Anche questa occasione è stata un tassello di questo sogno possibile che man mano sto provando a portare avanti.
E spero davvero che tutti i sogni che i ragazzi hanno condiviso con me possano diventare realtà, e che qualcuno trovi davvero nel Servizio Civile lo spunto per scoprire il suo sogno possibile, che possa essere messo a servizio anche di chi nasce con un destino segnato, aiutandoli a realizzare i propri sogni altrimenti impossibili.

Diversi, ma uguali!

lunedì 11 maggio 2009
Il titolo di questo post potrebbe sembrare lo slogan di una campagna contro il razzismo, oppure il tema di un concorso fotografico.
In realtà si tratta del filo conduttore di una serie di incontri e laboratori organizzati nella scuola dell'infanzia “S. Maria” a Casalserugo, il paese dove vivo.
Dopo il mio ritorno in Italia dall'esperienza del Servizio Civile Internazionale, che mi ha portato a vivere nove mesi della mia vita in Zambia, le cose che avrei voluto fare erano tante.
La fatica del ritorno era quasi opprimente. Tutto intorno a me era improvvisamente cambiato. Riadattarsi nuovamente ai ritmi, alla vita, alle consuetudini del mondo Occidentale non è stato facile (e nemmeno ora ci sono riuscito del tutto, e forse mai ci riuscirò).
Mi sentivo una sorta di reduce. Tutti per fortuna mi hanno stretto in un abbraccio caloroso al mio rientro, e questo mi ha aiutato molto.
Ma da dove ripartire? Dopo aver lasciato un bel po' di sicurezze prima della mia partenza, era giunto il momento di gettarsi nuovamente verso il futuro.
Di idee molte, troppe forse. Avrei voluto cambiare il mondo, avrei voluto che tutti la pensassero come me, pensavo che i miei “sermoni” sui problemi della società e del globo, con cui tediavo tutti quelli che incontravo, dovessero essere la verità che ognuno doveva seguire…senza fare storie e senza obiezioni. Di certo con queste mega idee non sarei andato da nessuna parte. Tradurre invece tutto ciò in piccoli gesti quotidiani, in piccole testimonianze, anche a partire dal luogo in cui si vive, questo si poteva dare un senso al mio ritorno, e contribuire a diffondere e ridistribuire la fortuna che avevo avuto nel vivere tale esperienza.
Poi, come spesso capita, arriva l'occasione che trasforma il pensiero in realtà.
Donatella, coordinatrice della Scuola dell'Infanzia del mio paese e cara amica, mi ha invitato a fare insieme ai bambini un “Progetto Africa”. Fin da subito questa idea mi è piaciuta, senza però sapere minimamente da dove partire e cosa effettivamente proporre.
Ma l'entusiasmo non mancava, sia da parte mia, sia da parte di tutta l'equipe della scuola.
Così, dopo un paio di incontri, abbiamo creato insieme una scaletta di attività dal profumo africano, e in particolare zambiano.
Di spunti ne avevo a piene mani. Nove mesi al Progetto Cicetekelo, vissuti per dieci ore al giorno assieme ai bambini e ai ragazzi ospitati mi permettevano di spaziare un bel po' fra i miei ricordi.
Diversi ma uguali:partire dalle cose in comune per scoprire che , nonostante la distanza sia culturale che spaziale, sempre di bambini si tratta.
Da questa idea di fondo è nata la scaletta delle attività.
1.Presentazione dello Zambia, con una valigia piena di ricordi, oggetti, foto, carta geografica. Insomma tutto il necessario per capire chi fossero i nuovi amici che pian piano avremmo incontrato.
2.Gli animali della savana. La giraffa, la zebra, il leone, le scimmie. E poi i villaggi, le capanne, i modi di vivere dei bambini zambiani.
3.Come si gioca in Zambia? I bambini giocano anche lì, proviamo a scoprire con che cosa!
4.Laboratorio di danza e musica, con il bongo e balli al ritmo zambiano.
5.Alcuni usi e costumi. Come trasportare i cesti in testa e i bambini nella schiena.
6.Cena a menù zambiano, seduti per terra e mangiando con le mani!
Così per sei venerdì mattina sono stato ospitato da 70 piccole creature che si sono prestate alla grande nelle varie attività proposte.
Non avevo mai avuto esperienze educative con bambini così piccoli,e mi ha stupito la loro attenzione, le loro domande curiose, la voglia di conoscere, e di ascoltare ciò che raccontavo.
Mi sono emozionato molte volte. Al mio arrivo a scuola l'accoglienza era sempre calorosa.
Fin dal primo incontro, nel quale abbiamo visto le foto e i video che avevo realizzato al Progetto Cicetekelo, era già nata una grande amicizia a distanza fra i bambini.
Il divertimento poi nel trasformarsi in piccoli trasportatori, in cui ognuno doveva portare un cesto carico in testa, percorrendo un percorso ad ostacoli.
E poi improvvisarsi piccole mamme, con la piccola (bambola) legata dietro alla schiena con il chitenghe(tipico tessuto africano), proprio come le mamme zambiane.
Per i bambini è stata una sorpresa poi l'attività legata ai giochi africani, di sicuro la più attesa. Abbiamo costruito delle piccole palle fatte con materiale di recupero, e poi la corsa coi sacchi, e il percorso con le caviglie legate, giusto per citarne qualcuno. Giochi semplici, diffusi anche da noi un tempo, che per i bambini sono diventati vere e proprie nuove scoperte.
Man mano che aumentava la conoscenza con questo nuovo mondo, aumentava anche la simpatia e la voglia di approfondire, tanto che spesso chiedevo chi volesse partire con me per incontrare di persona questi nuovi amici, e magari giocarci insieme. E la risposta quasi unanime era regolarmente un coro di “Siiiiiiiiiiiiiiii”.
L'ultimo appuntamento è stato forse il più divertente. Dopo aver steso un grande telo nel pavimento, i bambini seduti tutti per terra hanno finalmente provato a mangiare “alla zambiana”. Menù a base di polenta, fagioli, uova lesse, e riso. A dire il vero non è stato particolarmente difficile per loro cimentarsi in questa attività, anzi! Forse il difficile è venuto dopo nel pulire i pezzi di cibo che nonostante il telo erano sparsi ovunque, anche nei loro vestitini.
In questo progetto tutta l'equipe della Scuola dell'Infanzia ha investito molto tempo ed energie, e i risultati si sono visti. Il coinvolgimento dei bambini è stata la testimonianza di questo impegno, che è stato portato avanti anche dai genitori stessi. In occasione del Natale hanno infatti promosso la vendita di calendari proprio del Progetto Cicetekelo, dove è stata raccolta una considerevole somma, tutta versata per far fronte alle enorme spese di gestione e funzionamento delle strutture in Zambia.
Non so spiegarmi del tutto il successo di questa iniziativa, partita sicuramente in maniera semplice e forse non troppo organizzata. Non mi aspettavo di certo un coinvolgimento del genere.
Di sicuro per me è stato un buon banco di prova per mettere a disposizione ciò che ho vissuto, e per sperimentare questa tanto declamata educazione alla multiculturalità, magari con i miei insufficienti strumenti, ma con la grande voglia di mettermi in gioco nella quotidianità.
Questo piccolo gemellaggio a distanza fra bambini, questo scambio di culture attraverso semplici gesti e attività ha portato un po' di sana positività, anche negli adulti.
I bambini lo sappiamo si mettono facilmente in gioco, si lasciano trasportare dalle emozioni e dalla voglia di scoprire cose nuove, arrivando ad accettare di buon grado l'esperienza della diversità.
Nei grandi invece questo avviene un po' meno. Abbiamo il cuore più duro,e siamo a volte messi alla prova dalle cose della vita e da tutto ciò che sperimentiamo e che ci viene raccontato nella quotidianità.
Le notizie di ronde per la sicurezza, di emergenza criminalità, la paura della diversità, vista spesso come stereotipo, il condizionamento che subiamo ogni giorno da parte dei media.
Tutto ciò di certo non aiuta a migliorare le relazioni già difficili fra diverse colture, e tanto meno ci stimola a conoscere ed apprezzare le diversità, facendoci barricare dietro alle nostre sicurezze.
Questo esperimento invece è andato oltre. Oltre le diversità, che pure esistono, fino ad arrivare alle cose che ci rendono simili.
Sentirsi bambini in Italia come in Zambia, con la stessa voglia di giocare, mettersi alla prova, scoprire, di rompere le scatole a volte, ma sempre con la grande genuinità che solo i bambini possiedono e che ogni volta sembrano volerci insegnare.
Una piccola esperienza di certo, ma grande per il significato simbolico, una goccia in mezzo alle mille cose che vivranno questi bambini. Ma pur sempre un inizio, un piccolo punto interrogativo che ci invita a fermarci e a domandarci come poter apprezzare le nostre diversità, senza farci fermare da esse.
Anche questa è educazione, partita dallo Zambia e rimbalzata fino al mio sperduto paesino, e di nuovo ripartita verso quei bambini del progetto Cicetekelo diventati inconsapevoli educatori, in uno scambio che vuole continuare...nel segno di “Diversi ma uguali”.

Educare alla speranza

giovedì 30 aprile 2009
Educare alla speranza. Non so se esiste una vera e propria branchia dell'educazione che si chiama così, ma sento che questa espressione può essere un buon punto di partenza per raccontare la mia esperienza di Servizio Civile Internazionale.
Nel 2007 ho partecipato al “Progetto Caschi Bianchi – Corpo civile di Pace” e grazie all'Associazione Papa Giovanni XXIII ho vissuto nove mesi della mia vita al “Cicetekelo Youth Project” di Ndola, in Zambia.
Questa avventura è nata dalla voglia di prendere il mano il copione della mia vita, come scrivevo nel post precedente, e grazie ad una serie di circostanze sono arrivato fino a quelle terre lontane.
A dire il vero non è stato facile prendere questa decisione. Pensavo che superato lo scoglio delle selezioni tutto sarebbe stato semplice. Invece lasciare il lavoro per sempre, allontanarmi per un po' dagli affetti, dalla famiglia, dai luoghi a me cari, tutto ciò si rivelò come un ulteriore ostacolo.
Ma troppa era la voglia di mettermi in gioco e troppo il privilegio di poter vivere un'esperienza del genere.
Il Progetto Caschi Bianchi è parte integrante del Servizio Civile Nazionale, il quale nasce dall'eredità lasciata dagli obiettori di coscienza, e dall'evoluzione successiva delle leggi in materia. Si tratta di un periodo che i giovani dai 18 ai 28 anni possono “spendere” in settori prevalentemente del sociale, in varie associazioni sparse nel territorio italiano ma non solo.
Dopo i primi due mesi iniziali di formazione, uno degli aspetti fondamentali della mia “missione” da Casco Bianco, sono partito alla volta dello Zambia.
Lì ad accogliermi ho trovato i 250 ragazzi del Progetto Cicetekelo. Questa grande struttura è nata più di 10 anni fa dall'idea di Stefano Maradini, missionario dell'Associazione Papa Giovanni XXIII.
Dopo aver visto la condizione dei ragazzi costretti a vivere nelle discariche della città o per le strade del centro decise, insieme a padre Umberto Davoli e Patrick Mulenga, di trovare una soluzione.
Cicetekelo, che in Bemba (una delle lingue zambiane) vuol dire SPERANZA, è stato il filo conduttore, la base da dove è partito tutto.
Ora il progetto è diviso in due fasi. La prima, situata nel compound di Nkwai, accoglie i ragazzi dai 9 anni fino ai 16 anni;in seguito passano alla seconda fase, dove proseguono la loro formazione scolastica e professionale.
Al termine del percorso educativo alcuni dei giovani vengono impiegati direttamente nelle varie attività produttive del progetto. Tra queste l falegnameria, l'allevamento suini, l'orto, l'agricoltura, la scultura della pietra saponaia.
Ogni giorno un turbinio di attività cominciava fin dal primo mattino. Le mie giornate le ho passate principalmente con i ragazzi della fase 1, i “miei teppisti”. Alcuni di loro frequentavano la Community School all'interno del progetto, altri invece studiavano presso le varie scuole governative della zona.
Il mio “lavoro” era quello di organizzare il tempo libero, in equipe con Caterina, mia collega Casco Bianco, il coach del progetto, e gli operatori che tutti i giorni avevano cura dei ragazzi.
Nulla di speciale o di particolarmente complicato a prima vista, ma gestire tutte quelle forze messe insieme non era invece facile.
Nonostante tutto ogni giorno si riusciva ad inventare qualcosa. Lavori con il cartoncino, pomeriggi creativi con tempere e pennarelli, tornei di tutti i tipi, addirittura le olimpiadi durante i periodi di vacanza, con tanto di squadre e premiazioni. Non sono mancate poi attività più “serie” come la biblioteca, la scrittura, fino ad arrivare alla produzione di un vero e proprio giornalino (puoi leggerlo quì) creato interamente dai ragazzi più grandi!!
E quando si poteva (i ragazzi lo avrebbero voluto tutto il giorno) ore e ore di calcio sotto il sole cocente...e naturalmente scalzi.
A quasi due anni di distanza mi chiedo che cosa mi sia rimasto di quella esperienza, e che cosa sia rimasto di me laggiù. Di sicuro ho imparato l'importanza di ascoltare e non giudicare, di sforarsi sempre e comunque di apprezzare le diversità, anche se molto spesso non le tolleriamo.
Come non parlare poi della speranza. È proprio vero che si riesce ad essere contagiosi alle volte, ma non solo con le malattie.
Quei bambini, quei ragazzi mi hanno contagiato la voglia di vivere, nonostante tutto. Sono stati i miei educatori, magari non avranno molte carte deontologiche come riferimento, ma le norme etiche me le hanno insegnate nella quotidianità. Nello stare assieme a tavola davanti alla stessa polenta, nel camminare insieme su strade polverose, nel ridere delle mie unghie rotte nelle prime partite di “calcio zambiani”, nel condividere piccoli pezzi di quotidianità.
Un progetto nato per dare speranza. Se dovessi fare una verifica, come si usa sempre fare quando c'è un progetto, direi che gli obiettivi sono stati centrati in pieno, e forse anche superati.
Quella speranza che i ragazzi ricevono, grazie ad una nuova e più dignitosa condizione di vita, esce da quella realtà così lontana. È arrivata fino a me e a tanti ragazzi che hanno avuto il privilegio di vivere un'esperienza come la mia...ed è arrivata fino a questo blog.
E allora l'educazione alla speranza potrebbe essere proprio questo: un impegno che parte da qualche parte nel mondo, ma che si propaga senza confini e che ci rende responsabili l'uno con l'altro.
Una nuova disciplina di cui tutti noi siamo responsabili in cui ci impegniamo a “nutrire” di speranza chi ne è affamato, soprattutto tramite gesti concreti, e allo stesso tempo ci lasciamo nutrire.
E Cicetekelo Youth Project, con l'impegno di tutti coloro che ci lavorano, è un piccolo esempio di educazione alla speranza.
E voi siete pronti a educare (e farvi educare) alla speranza?

Cos'è Edu-Care?

giovedì 9 aprile 2009
Edu-Care nasce da un semplice gioco di parole che per me racchiude un grande significato. Da una parte l'educazione, attività in cui tutti siamo coinvolti, dalla più piccola situazione quotidiana, alle più grandi dinamiche globali. E dall'altra il termine "Care", cioè prendersi cura, preoccuparsi, usato anche da don Milani nel famoso motto della scuola di Barbiana: "I care" - mi importa, ho a cuore.
Questo blog vorrebbe essere il punto di partenza per proposte educative che partano dalla quotidianità, dalla realtà che ci circonda, fino ad arrivare ai confini del mondo. Un luogo di incontro fra culture, uno spazio di riflessione dove poter condividere tutto ciò che può essere utile a "prendere a cuore" l'educazione.
Particolare riguardo sarà riservato all' educazione nei Servizi Sanitari, ambito per il quale sto studiando.
Edu-Care si propone inoltre di tenere sempre un occhio aperto verso il mondo, di raccogliere esperienze, idee, notizie, e tutto ciò che può arricchire noi e questo piccolo mondo virtuale...nella speranza che ciò che viene "digitato" possa essere trasformato in pratiche concrete!